Contenuti per adulti
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Nota dell'autore
Nonostante mi sia avvalsa di letture di documentazioni autentiche, nonostante ci sia, ovviamente, una ben più accreditata e meritevole letteratura sull’accaduto di una generazione perduta e nonostante qualcuno mi abbia fatto partecipe di una storia di famiglia molto tempo fa, desidero precisare che la storia vera è stata alterata e modificata, sempre dalla mia immaginazione, che sto controllando e tenendo a bada.
Se notaste qualche discromia nel paesaggio o mancata corrispondenza di fatti storici, discrepanze, errori di varia natura e tipologia, ammetto, con tutta la mia umile sincerità, che ne sono la diretta responsabile.
Purtroppo non c'è nessun altro a cui io possa concederne il merito.
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Riassunto
Il racconto parla di un giovane italiano nel dicembre del 1917, che viene strappato dalla sua tranquilla vita di campagna, in un paese situato nel nord dell'Italia, dai suoi amori, due ragazze del paese, dai suoi affetti, una famiglia semplice contadina e dai suoi tre fratelli: Amedeo, Luisa e Alberto, da una mamma e un papà mutilato, per essere arruolato fra quei giovani del '99, mandati a combattere in prima linea, dopo la battaglia di Caporetto, durante la prima guerra mondiale.
La zia Marghe, sorella del papà mutilato di guerra, fa parte di una famiglia agiata ed è sposata a un notabile del paese, il Lorenzo.
Il giovane viene dichiarato disperso.
La cucina sembrava più piccola, invece era solo la sua sola presenza che sembrava imponente ad occupare lo spazio.
Lui, talmente pallido da essere tuttuno con la camicia bianca, smagrito alle ossa e lo sguardo sperso su quella sedia un po‘ sgangherata che era la più importante, a capotavola, fra quelle mura che odoravano di muschio e di selvatico.
Amedeo lo fissava serissimo. Amedeo era cresciuto, si era fatto più alto e il suo sguardo, così intenso, chiamava con forza.
Lui continuava a disegnare, con le dita lunghe e magre, dalle unghie sporche, cerchi invisibili, sulla tovaglia bianca di lino ricamata, che la mamma aveva messo per l’occasione, rimasta sul tavolo da giorni a memoria di quella domenica passata, giorno in cui lui era tornato.
Non era tornato da solo: lo aveva accompagnato un altro milite, dopo aver ricevuto la lettera che diceva che era stato ferito e disperso. La mamma aveva cercato zia Marghe per chiedere, per fare appelli, andare in Curia, mobilitare il Lorenzo, che chiedesse ai suoi amici politici, quelli che incontrava alla sera del giovedì, in città, a giocare a ramino, per avere notizie.
A tratti, si avvicinava con la testa al tavolo e tirava fuori la lingua e leccava alcune briciole di pane posate sul tessuto, le leccava piegando il capo di lato, con un gesto, che ricordava Buck, il cane, che da giorni e giorni non smetteva di guaire, proprio da quando aveva percepito che lui sarebbe ritornato.
‘Mamma!’ Amedeo la chiamò con un’urgenza nella voce e Luisa in piedi paralizzata, con gli occhi spalancati a guardare lui, che in quel momento stava ridendo.
‘Mamma! Lo sta facendo di nuovo!’ ripeté Amedeo.
La risata non faceva rumore, era un sorriso aperto senza alcun suono. La mamma si avvicinò e con un gesto amorevole gli scostò il viso dalla tovaglia, lo rialzò con le mani, lo avvolse a coppa e guardandolo con un’emozione che cercò di trattenere in un rassicurante: ‘Hai ancora fame, vero?’ e pronta si mise a trafficare per tirare fuori da una madia una pagnotta.
Amedeo e Luisa restarono muti e lui sembrò guardarli, per un attimo, poi si rivolse al vuoto con quel sorriso aperto fisso sul suo viso.
Luisa, all’improvviso, diede un colpo secco al suo bicchiere che schizzò frantumandosi fuori dalla tavola, gridando: ‘Non è lui, non è lui!’ E piangendo, uscì dalla stanza rovesciando la sedia.
Bastò quel rumore a farlo sobbalzare e ad attivare quel movimento sincopato della testa che ciondolava avanti e indietro: ‘Perché?’ disse con quella voce, la sua solita voce, continuando a oscillare la testa con quel sorriso fisso piantato sul viso scarno, tutt’occhi.
La mamma corse fuori per il piccolo corridoio e intravide Luisa seduta sui primi gradini delle scale che portavano alle stanze. Un piantino sommesso, la mamma si sedette con lei e piano le sussurrò: ‘Luisita, non fare così!’
‘Mamma non è lui…non è lui’.
‘Oh…sì! Che lo è…Eccome! E’ tuo fratello. Hai visto come ha spazzolato la crema di latte?'
Il piantino si fermò per un attimo, la crema di latte era il suo dolce preferito... La testa china si sollevò e tirando su con il naso, Luisa dal viso rigato di lacrime sporche, la guardarono e chiese:
‘E allora perché fa così?’’
La mamma avvicinandosi, cercando il suo visetto rigato di lacrime con la mano le fece sollevare il mento e le disse guardandola negli occhi: ‘È una malattia forte, forte, come quando tu hai avuto la febbre alta, ti ricordi, l’inverno passato? Quella che non passava mai che abbiamo chiamato il dottore che è venuto di notte?Adesso, vieni qui’ e la trascinò a sé.
Restarono così, abbracciate per alcuni minuti.
Luisita singhiozzò e poi si quetò. La mamma doveva alzarsi, stringere il nodo al grembiale che si era allentato, intanto tirò fuori il fazzoletto da una tasca, asciugò gli occhi alla bambina e poi le disse, decisa: ‘Soffia e andiamo di là a parlargli’.
Appena rientrarono in cucina, Luisa si bloccò alla porta, in attesa.
Lui era lì, appoggiato alla culla di Alberto e sempre con quel sorriso fisso e quello strano ciondolare del capo, stava giocando con il fratellino piccolo. Alberto con quel trillo nella voce e i gorgoglii del suo riso sembrava non fare caso alle differenze.
Amedeo si era stancato ed era uscito in cortile, aspettava che la sorella tornasse a giocare con lui, che lei lo raggiungesse per farsi rincorrere e stuzzicare, a nascondersi fra le canne delle piante dei piselli e non ci fosse più nulla di cui preoccuparsi.
Tutt’intorno il sole si era adagiato in una febbrile attesa, come se anche lui aspettasse una spiegazione a quello sconvolgimento, a quella strana differente presenza; si era poi levato in cielo, aveva controllato dall’alto la valle, come se almeno lì, fosse stato tutto in ordine.
I prati che fossero di quel verde limone, che la primavera lo avesse ascoltato e si fosse presentata all’appuntamento, poi si era fatto caldo, con quel pulviscolo dorato di polvere ed era entrato nella piazza del paese.
Fu lì, che si fermò il sole, a segnare le ore sulla meridiana della Ca’ Rossa dove abitava zia Marghe e si mise all'ascolto.
Zia Marghe stava alzando la voce con il Lorenzo, il notaro che tuonava dalla scrivania del suo studio.
Si stava preparando una furiosa discussione.
‘
Mary Read